Recensione “Appartamento 401” di Shuichi Yoshida – Feltrinelli

Appartamento 401

– Shuichi Yoshida  –

 

Quella che viveva lì con loro era la ‘me dell’appartamento’ (e la ‘me dell’appartamento’ non si esibiva in una performance seria). La vera me, in quell’appartamento non esisteva. La me che andava d’accordo con gli altri coinquilini (Ryōsuke, Koto, Naoki e Satoru) era la ‘me dell’appartamento’. Ma forse anche loro si erano inventati la loro versione ‘dell’appartamento’. E quindi in realtà non esistevano neanche loro , e quindi nell’appartamento non c’era nessuno. Se l’appartamento era disabitato, non avevo nulla da temere. Non dovevo preoccuparmi di tirar fuori una ‘me dell’appartamento’. Potevo essere forte, libera…

 

Formato: Copertina flessibile

Genere: Romanzo
Pagine: 227


Giudizio Sintetico


Indubbiamente la letteratura giapponese pone il livello di difficoltà sull’asticella alta, quella che, a fine lettura, ha bisogno di essere analizzata, rivissuta e sviscerata; Non tanto per l’impegno richiesto durante la lettura ma giunti alla fine, quando pervade un senso di incertezza, di dubbio e di confusione.

Ho afferrato davvero tutte le sfumature che l’autore ha voluto tracciare con questo romanzo? Quale significato ho associato a questa storia? Cosa mi ha lasciato?

Vi assicuro che sono tutte domande la cui risposta non è semplice e va ricercata analizzando e scomponendo le varie parti della trama, della narrazione e del contenuto.

Proviamo a fare ordine…

Ryosuke, Kotomi, Mirai, Naoki condividono un appartamento nel quartiere di Setagaya di Tokyo. La vita scorre tranquilla, senza incidenti né particolari conflitti, come le auto che si inseguono sulla tangenziale e non si scontrano mai. Ma fuori dall’appartamento 401 i quattro giovani si confrontano con le difficoltà del vivere, del comprendere se stessi e individuare il proprio posto nel mondo. Proprio quando un quinto ragazzo, Satoru, va a vivere con loro, nel quartiere iniziano a verificarsi strane aggressioni a giovani donne. Tra forzata intimità e apatica estraneità, la tensione è palpabile, persistente, e si fa strada nel lettore il sospetto che uno dei ragazzi sia coinvolto. Ma la domanda più inquietante è: la vita vera è dentro o fuori dalle mura dell’appartamento? Cinque giovani vite alla deriva nell’immensa Tokyo, il costante mistero dell’altro, colui che crediamo di conoscere.

C’è innanzitutto una grande illusione, una sorta di “ti porto a cercare ciò che esiste ma è ben nascosto”. Mi spiego meglio.

Leggendo la sinossi dell’Appartamento 401 si può pensare di avere di fronte un romanzo che parli di vita quotidiana e di un intreccio thriller che si snoda all’interno di un mistero; è in effetti così, ma lo si comprende solamente nelle ultime pagine del libro, ciò che viene narrato prima è una storia totalmente enigmatica.

Quello che viene proposto al lettore è la storia di quattro ragazzi, due donne e un uomo, che condividono un appartamento in un quartiere di Tokyo. I protagonisti sono molto diversi gli uni dagli altri e condividono unicamente i metri quadrati dell’appartamento; ciò che li accomuna è invece un’alienazione evidente nei confronti della società e una parte interiore non indagabile che li guida in una quotidianità statica e sgonfia.

Naoki è un lavoratore integerrimo, primo inquilino dell’appartamento che condivideva con l’ormai ex ragazza. Mirai è artista e lavoratrice che ama trascorrere le serate a ubriacarsi nei bar gay. Kotomi è prigioniera di un limbo casalingo in attesa che il suo fidanzato appaia in televisione o la chiami sul telefono. Ryosuke è uno studente innamorato della fidanzata del suo vecchio amico e mentore. Poi una mattina arriva un quinto inquilino, Satoru ragazzo ambiguo che  nessuno sembra aver invitato ma, in questo strambo assetto viene accettato come nuovo convivente, anche se nessuno sa chi sia o cosa faccia per mantenersi.

Strane aggressioni nel quartiere, non basteranno a modificare questa noiosa quotidianità e, la narrazione a cinque voci con personaggi e fatti estranei al gruppo e sporadici tuffi nel passato per un’analisi del singolo, non saranno sufficienti per modificare ciò che i personaggi sono nel profondo del loro essere.

Se, arrivati a questo punto, siete portati a pensare che il romanzo non mi sia piaciuto, vi state sbagliando anche se so che la colpa è solo mia, ho iniziato dalla critica; analizziamo quindi i lati positivi.

 

La capacità narrativa di Yoshida Shuichi è ipnotico e rende il romanzo scorrevole, tanto da portarmi a “bere” questo libro in meno di 24 ore; è una storia che assorbe per stile e contenuto, per analisi sulla profondità della natura umana e sulla staticità della vita che, come dimostra l’evolvere della storia, può rimanere invariata anche se scossa da eventi e novità impetuose che piombano al di fuori delle mura domestiche.

Confrontando “Appartamento 401” con altri romanzi giapponesi letti, posso dire che mantiene quell’aura malinconica che li accomuna, che ha sempre il grande merito di raccontare una cultura che appare ancora così lontana ma che, a differenza di altri, e meno onirico e più concreto, tanto da soffermarsi unicamente sui personaggi e rendere nulla la trama.

In definitiva, “Appartamento 401” è un romanzo che mi è piaciuto? Sì, ma non so ancora bene il perché. Sembra un controsenso ma, se leggerete questo libro, so che vi troverete d’accordo con me.

La letteratura giapponese ha sempre il merito di mettermi in difficoltà e lasciare quella sensazione piacevole ma anche fastidiosa di dubbio nei confronti di romanzi che spesso si sente di non aver compreso pienamente il senso e che continuano quindi a rimanere incollati ai pensieri per parecchio tempo.


Yoshida Shu¯ ichi (Nagasaki, 1968) ha studiato Economia alla Hosei University di To¯ kyo¯ . Ha vinto il premio Bungakakai per il primo romanzo nel 1997 e il premio Akutagawa nel 2002 con Park life. Con L’uomo che voleva uccidermi (Feltrinelli, 2018) si è aggiudicato i premi Osaragi Jiro e Mainichi Publishing Culture Award, inoltre il romanzo è stato adattato al grande schermo nel 2010 da Lee Sang-il. Appartamento 401 (Feltrinelli 2019) gli è valso il premio Yamamoto  hu¯goro¯ nel 2002 – vinto in passato, tra gli altri, da Banana Yoshimoto nel 1989 con Tsugumi – ed è stato portato al cinema dal regista Isao Yukisada nel 2009, aggiudicandosi il premio Fipresci alla sessantesima edizione del Festival di Berlino.


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