
Per definire La misura del vuoto di Andrea Conte, potremmo dire che è un libro che si muove sul crinale tra autobiografia, riflessione filosofica e indagine narrativa, infatti fin dalle prime pagine è chiaro come l’autore non voglia raccontare semplicemente una storia, ma piuttosto esplorare un territorio introspettivo, quello del vuoto, delle assenze, delle zone d’ombra che si insinuano nella vita quotidiana e la plasmano silenziosamente.
L’opera è divisa in tre parti, “La misura del vuoto”, “L’imprevisto”, “La distanza del ritorno”, più un epilogo che chiude idealmente il percorso, al centro della narrazione troviamo un io narrante che attraversa una fase esistenziale sospesa, quasi un’intercapedine tra ciò che era e ciò che potrebbe essere, quindi il vuoto non viene mai presentato come un concetto astratto, bensì come qualcosa di intriso nella carne della vita e nelle relazioni interrotte, negli spazi lasciati inabitati, nelle decisioni rimandate, nei silenzi che separano le persone quanto le parole non dette. Il libro lo fa procedendo attraverso episodi e frammenti, ricordi che affiorano, riflessioni improvvise, momenti minimi capaci di illuminare la condizione del protagonista.
Lo scopo dell’autore non è però quello di colmare questo vuoto quanto imparare a misurarlo, a riconoscerlo, persino ad abitarlo e infatti in più punti emerge la consapevolezza che il vuoto è una forma di possibilità, uno spazio potenziale, un margine in cui può nascere qualcosa di nuovo ma, allo stesso modo, però, il vuoto è anche perdita, mancanza, disorientamento, e il libro non cerca di addolcirlo ma lo attraversa in tutta la sua ambivalenza.
La scrittura è limpida, meditativa, spesso affidata a un ritmo lento e cadenzato che sembra voler accompagnare il lettore nei movimenti dell’interiorità e quindi ben si adegua alla scelta dell’autore di preferire immagini semplici, in grado di condensare stati d’animo complessi in poche righe attraverso un tono intimo che, anche quando il testo si fa più filosofico, mantiene sempre una dimensione narrativa riconoscibile. Da qui anche scelta, a mio avviso, di procedere per brevi sezioni, quasi come tessere di un mosaico, che rispecchiano perfettamente il tema del vuoto che non è mai un grande abisso monolitico, ma una serie di piccole incrinature quotidiane.
Personalmente ho trovato La misura del vuoto un libro che richiede una lettura attenta, non perché sia difficile ma perché invita a un coinvolgimento emotivo oltre che intellettuale, un testo che parla a tutti chiedendo di essere ascoltato. Ho apprezzato il fatto che questo libro ha la capacità di rendere universale un’esperienza profondamente personale perché tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo conosciuto il vuoto, e il libro riesce a darne forma senza mai scivolare nel patetico o nel retorico sebbene abbia una struttura frammentata.
La misura del vuoto è quindi un libro che permette di guardare con più attenzione ciò che normalmente si evita come le crepe, i silenzi, le attese e tanto altro, una lettura che lascia qualcosa, magari non una risposta ma uno spazio di riflessione, un vuoto, appunto, ma finalmente abitabile.
Titolo: La misura del vuoto: quando l’intensità non basta
Autore: Andrea Conte
Formato: Copertina flessibile
Pagine: 63
Editore: Self
