
Da subito, nella lettura di Elohim. L’ombra del principio, mi ha colpita che questo romanzo scava, con pazienza, sotto la superficie delle cose poiché è un thriller che non si limita a intrattenere, ma invita il lettore a interrogarsi, a mettere in discussione ciò che crede di sapere, a osservare con occhi diversi la storia, la fede e il potere che da sempre le accompagna.
La vicenda prende avvio da una scoperta apparentemente marginale quando Valentina, restauratrice impegnata nel recupero di un’opera d’arte, si imbatte in un messaggio cifrato nascosto dove nessuno avrebbe pensato di cercare. Da quel momento, la narrazione si trasforma in una vera e propria discesa negli strati più oscuri del passato, seguendo le tracce di un diario frammentato e di una verità così scomoda da aver richiesto, in passato, persino il silenzio forzato di un Papa. Le pagine del diario, disseminate in luoghi carichi di storia e simbolismo, diventano il filo rosso di una caccia che è insieme geografica, storica e spirituale.
Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è il modo in cui Andrea Cascia utilizza l’arte poiché il restauro non è un semplice pretesto narrativo, ma una metafora costante che consente di togliere strati, riportare alla luce ciò che è stato coperto, accettare il rischio di scoprire qualcosa di diverso da ciò che ci si aspettava, ed è un’operazione che riguarda i dipinti, ma anche la memoria collettiva e le verità istituzionalizzate. In questo senso quindi, Elohim è un libro che parla molto del presente, pur affondando le radici in un passato remoto e controverso.
La protagonista Valentina funziona proprio perché non è un’eroina invincibile ma è una donna competente, vulnerabile, spinta più dalla necessità di capire che dal desiderio di sfidare il pericolo e la sua inquietudine cresce insieme alla consapevolezza che ogni risposta porta con sé nuove domande, e che alcune verità, una volta scoperte, non possono più essere ignorate e questo, rende il suo percorso credibile e umano, lontano dagli stereotipi del thriller puro.
Merita una menzione particolare l’ambientazione siciliana. La Sicilia di Andrea Cascia non è uno sfondo esotico o cartolinesco, ma un luogo vivo, stratificato, quasi opprimente, dove sacro e profano convivono senza mai fondersi del tutto. Chiese, cripte, castelli e città diventano spazi narrativi densi, carichi di un senso di attesa e di minaccia costante infatti, in molti passaggi, si ha l’impressione che sia il territorio stesso a custodire i segreti, più ancora degli uomini.
Dal punto di vista stilistico, la scrittura è tesa ma mai affrettata poiché l’autore si prende il tempo necessario per costruire atmosfera e significato, preferendo una suspense che nasce dall’accumulo e dalla suggestione piuttosto che dal colpo di scena continuo. Questo potrebbe spiazzare chi cerca un ritmo serratissimo, ma rappresenta uno dei punti di forza del romanzo per chi ama i thriller riflessivi, quelli che continuano a lavorare nella mente anche dopo aver chiuso il libro.
Personalmente, ho apprezzato soprattutto il coraggio tematico dell’opera poiché Elohim. L’ombra del principio non offre risposte facili né verità preconfezionate ma suggerisce, insinua, mette in crisi, ed è un romanzo che chiede al lettore di partecipare attivamente, di accettare l’ambiguità e di confrontarsi con l’idea che la storia, così come come l’arte, è spesso il risultato di ciò che è stato deciso di mostrare e di ciò che è stato scelto di nascondere.
E’ una lettura che consiglio a chi ama i thriller colti, dove mistero, simbolismo e riflessione procedono insieme attraverso un libro che intrattiene, ma soprattutto inquieta nel modo giusto, lasciando dietro di sé una sensazione persistente e cioé che forse, sotto la superficie delle cose, ci sia ancora molto da scoprire.
Andrea Cascia è uno scrittore italiano che ama definirsi un “cercatore di storie nascoste”. La sua scrittura nasce dal desiderio di esplorare ciò che resta ai margini della memoria collettiva attraverso i silenzi della Storia, le verità incomode, i dettagli dimenticati che spesso sfuggono alle narrazioni ufficiali.
Nato e cresciuto in Sicilia, Cascia riconosce nella sua terra d’origine una forte influenza sul proprio immaginario narrativo. I contrasti dell’isola, luce e ombra, sacro e profano, bellezza e inquietudine, attraversano le sue storie e ne definiscono l’atmosfera, rendendo i luoghi parte integrante del racconto.
Il suo approccio alla narrativa è fortemente riflessivo: più che fornire risposte, i suoi romanzi pongono domande. Cascia costruisce trame che intrecciano realtà storica e finzione, muovendosi lungo il confine sottile tra ciò che è documentato e ciò che è stato taciuto. La ricerca, sia storica sia simbolica, è per lui una fase fondamentale del processo creativo.
Nel 2025 pubblica il suo romanzo d’esordio, Elohim. L’ombra del principio, un thriller che unisce arte, fede e mistero in una storia ambientata nella Sicilia contemporanea. L’opera si distingue per l’uso dell’arte come chiave narrativa e per l’attenzione ai temi del potere, della verità e della conoscenza, confermando l’interesse dell’autore per le zone d’ombra della storia e dell’animo umano.
INTERVISTA ALL’AUTORE
Da dove nasce l’idea centrale di Elohim. L’ombra del principio e cosa ti ha spinto a intrecciare un diario segreto, l’arte sacra e una ricerca della verità ambientata in Sicilia?
L’idea nasce dalla solitudine. Non quella subita, non quella che fa paura. Quella cercata, quella necessaria. Quella in cui il rumore del mondo finalmente si abbassa e restano solo le domande che di giorno teniamo a bada.
È una condizione che ho imparato a riconoscere e a coltivare. Uno spazio vuoto che all’inizio spaventa, poi diventa il luogo dove le idee prendono forma. È lì che ha iniziato ad affiorare un interrogativo primitivo, quasi infantile, ma per questo potentissimo: quanto di ciò che sappiamo è davvero vero? Chi ha deciso cosa dovevamo sapere? E cosa è stato sepolto perché non lo scoprissimo mai?
È una visione solipsistica, lo ammetto. Parti da te stesso, dal tuo silenzio, e costruisci mondi interi per dare un senso a quel vuoto. Questo romanzo è nato così: dalla necessità di trasformare la solitudine in qualcosa che avesse un significato. Scrivere è diventato il mio modo di popolare quel silenzio.
Il diario segreto è la forma più intima e fragile della verità: una voce che non era destinata a sopravvivere, parole scritte sapendo che potevano costare la vita. L’arte sacra, invece, è la maschera più perfetta: immagini pensate per durare secoli, per essere guardate senza essere davvero lette, per nascondere in piena luce.
Mettere insieme queste due dimensioni significava raccontare una verità che si cela sotto strati di bellezza, fede e potere. Una verità che qualcuno ha cercato di cancellare, ma che il tempo e l’ostinazione possono riportare alla luce.
La Sicilia non è uno sfondo casuale. È la mia terra, il luogo dove sono nato e che porto dentro anche ora che vivo altrove. È una terra stratificata, dove ogni epoca ha costruito sopra la precedente senza cancellarla del tutto. Greci, romani, arabi, normanni, spagnoli: ognuno ha lasciato il suo segno, e tutto convive in un presente che non ha mai smesso di essere passato. È il luogo ideale per una ricerca che è insieme storica e interiore.
Il titolo del romanzo è particolarmente evocativo: che significato ha per te la parola “Elohim” e in che modo dialoga con il tema della verità nascosta che attraversa tutta la storia?
“Elohim” è una parola che contiene una frattura. Una crepa nelle fondamenta di tutto ciò che crediamo di sapere.
La prima riga della Bibbia recita: “Bereshit bara Elohim et hashamayim ve’et ha’arets” — “In principio Dio creò il cielo e la terra.” Ma Elohim è un plurale. In ebraico, il suffisso -im indica il plurale maschile. Il singolare sarebbe El o Eloah. Le traduzioni successive hanno uniformato tutto al singolare, ma il testo originale dice altro.
In Genesi 1:26 leggiamo: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza.” Facciamo, al plurale. A nostra immagine. Chi sta parlando? A chi si rivolge? E in Genesi 3:22, dopo il frutto proibito: “Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi.” Uno di noi. Chi sono questi “noi”?
Il libro ruota attorno all’idea che la verità non venga sempre distrutta: spesso viene semplicemente riscritta, tradotta, addomesticata. Elohim rappresenta esattamente questo meccanismo. Una parola che dice una cosa e ne fa intendere un’altra. Una verità che sopravvive, ma in forma attenuata, controllata, resa innocua.
“L’ombra del principio” non è solo un riferimento all’origine dell’umanità. È l’ombra gettata su di essa da chi, nel tempo, ha deciso cosa fosse lecito sapere e cosa dovesse restare sepolto per sempre.
Valentina è una protagonista complessa, impegnata in una ricerca che è anche interiore: quanto c’è di autobiografico in questo personaggio e come hai lavorato sulla sua costruzione emotiva?
Valentina è profondamente autobiografica, ma non nel senso che ci si potrebbe aspettare.
Non condivide la mia professione, ma condivide tutto il resto. Il mio sguardo, il mio modo di osservare le cose, di non accontentarmi della superficie, di sentire che sotto ciò che appare c’è sempre qualcos’altro che aspetta di essere scoperto.
Ma c’è di più. Valentina vive nei miei luoghi. Il suo appartamento è il mio. Via Terrasanta, dove abita, è la mia via. Quando lei descrive ciò che vede e vive, sono io che sto descrivendo quello che sento ogni volta che torno a Palermo.
Ho lavorato su di lei come si lavora su una ferita: con rispetto e senza fretta. Volevo che fosse una donna competente, razionale, ma attraversata da una solitudine silenziosa che riconosco. La sua ricerca esteriore — documenti, dipinti, archivi, cripte — riflette una ricerca interiore: capire chi è, cosa è disposta a perdere pur di arrivare alla verità.
Valentina resta sola spesso. Non per scelta eroica, ma perché cercare davvero significa, prima o poi, rimanere senza appoggi.
L’arte e il restauro non sono semplici elementi decorativi, ma veri motori della trama: qual è il tuo rapporto personale con il mondo dell’arte e quanto ha influito sulla scrittura del romanzo?
L’arte, per me, è sempre stata una forma di linguaggio cifrato. Spesso non parla in modo diretto: suggerisce, allude, nasconde. Un dipinto sacro del Seicento può contenere messaggi che solo chi sa guardare è in grado di decifrare.
Il restauro mi affascina perché è un atto di rispetto profondo. L’impegno etico del restauratore è non imprimere direzioni diverse, non sovrascrivere la propria visione su quella dell’artista. È mettersi al servizio dell’opera, restituirle ciò che il tempo le ha tolto senza aggiungere nulla che non le appartenga. È un lavoro di ascolto, di pazienza, di umiltà.
L’arte sacra, in particolare, è un territorio dove fede, potere e propaganda si incontrano e si confondono. Non poteva che diventare il cuore pulsante della trama. Perché è lì, tra le pennellate di un maestro e le velature dei secoli, che si nascondono i segreti più pericolosi.
La Sicilia emerge come un luogo carico di mistero e significati simbolici: quanto conta l’ambientazione nella narrazione e in che misura possiamo considerarla un vero e proprio personaggio del libro?
La Sicilia è un personaggio a tutti gli effetti. Ha un carattere, un umore, una memoria. Non è solo il luogo in cui accadono gli eventi, ma una forza che li modella, li condiziona, a volte li determina.
È una terra dove il sacro e il profano convivono senza mai fondersi del tutto. Dove il tempo è circolare, non lineare. Dove il passato non è mai davvero passato, ma continua a premere sotto la superficie del presente, pronto a riemergere.
Questa ambiguità è perfettamente coerente con il tema del romanzo: ciò che resta nascosto, ciò che riemerge, ciò che ritorna quando meno te lo aspetti.
Valentina non potrebbe compiere la stessa ricerca altrove. Palermo, con le sue chiese barocche, le sue cripte dimenticate, la sua luce violenta che non perdona, è il terreno ideale per una storia che parla di verità sepolte e di rivelazioni pericolose. È una città che custodisce segreti in ogni pietra, in ogni affresco scrostato, in ogni vicolo che si apre all’improvviso su una piazza abbagliante.
La Sicilia mi ha insegnato che la bellezza e il mistero sono inseparabili. E che certe verità si possono trovare solo dove nessuno pensa più di cercarle.
Nel costruire un thriller che tocca temi storici e religiosi delicati, come hai bilanciato suspense narrativa e verosimiglianza, e che tipo di ricerca documentaria hai affrontato durante la scrittura?
Il bilanciamento si regge su un patto preciso con il lettore: non promettere mai ciò che non posso sostenere. La suspense nasce dal ritmo e dalle conseguenze, non dall’eccesso o dal sensazionalismo.
C’è un meccanismo che in letteratura si chiama “sospensione dell’incredulità”. Il termine lo ha coniato il poeta Samuel Taylor Coleridge nel 1817. È quel momento in cui il lettore smette di chiedersi “è vero?” e inizia a chiedersi “e poi cosa succede?”. Per arrivarci, devi dargli un terreno solido su cui camminare.
La ricerca è stata lunga. Leone XI morto dopo 27 giorni di pontificato nel 1605, in circostanze che hanno sempre alimentato sospetti. Il Cardinale Roberto Bellarmino, figura potentissima poi canonizzata. L’esorcismo di Issime del 1601, documentato negli archivi di Stato di Torino e studiato da storici come Fabretti, Vayra e Guidoboni. Don Francisco Moncada, nobile spagnolo con legami accertati con il Vaticano. Padre Annibale Serra, l’esorcista di Pettinengo.
Quando il lettore sente che il terreno sotto i piedi è solido, accetta di guardare nell’abisso senza opporre resistenza.
Ed è lì, in quell’istante di sospensione, che il thriller smette di essere solo intrattenimento e diventa una domanda che continua a lavorare anche dopo l’ultima pagina. Una domanda che non ti lascia più.
Titolo:Elohim. L’ombra del principio
Autore: Andrea Cascia
Formato: Copertina flessibile
Pagine: 321
Editore: Spazio Cultura Edizioni
