
Per anni Donato Carrisi è stato uno dei miei autori preferiti, dico è stato perché, uscita dopo uscita, il divario tra ciò che mi aspetto da lui e ciò che trovo nei suoi romanzi continua ad aumentare.
La bugia dell’orchidea è un libro che avevo deciso di non leggere, proprio per evitare l’ennesima delusione ma, alla fine, su consiglio di altri lettori, ho ceduto. E ora sono qui, basita, ascrivere queste righe.
Il romanzo ci viene presentato come il manoscritto di una misteriosa scrittrice che vive sotto pseudonimo, cambia continuamente identità e non possiede nulla se non la sua vita nomade e la scrittura. Appena arrivata in una nuova casa riceve una lettera anonima con un ritaglio di giornale che racconta di un efferato eccidio familiare avvenuto nel 2005 in un casale rosso. Incuriosita da quel ritaglio giunto dieci anni dopo la strage, e abituata a prendere spunto dalla cronaca per i suoi libri, Victoria decide di indagare su quella vicenda coinvolgendo il giornalista che all’epoca ne aveva scritto e che ha continuato a farlo ogni anno.
Fin qui l’idea funziona, un fatto di cronaca oscuro, un mistero irrisolto, una ricostruzione che promette di portare alla luce la verità. Il problema è che, come spesso accade nei romanzi più recenti di Carrisi, la storia si riempie progressivamente di elementi misteriosi che non trovano mai una vera spiegazione. Chi ha mandato la lettera? Perché il giornalista ha continuato a scriverne per dieci anni? Sono solo due domande relative a un piccolo assaggio della trama che ho scritto e che sono destinate a rimanere senza risposta, così come tante, tante, tantissime altre cose.
Lettere anonime con francobolli di dieci anni prima, cani che compaiono e fanno da guide, un supermercato vuoto in una città quasi spettrale. Figure ambigue, presenze enigmatiche, indizi che sembrano portare da qualche parte e invece si dissolvono nel nulla, il tutto liquidato alla fine con la frase “ gli scrittori vedono cose che gli altri non riescono a vedere”. Ma veramente?!??!
Il romanzo viene raccontato come una vicenda razionale, legata a un fatto reale, ma tutte le domande che rimangono aperte (non solo rispetto al caso ma di trucchetti beceri per tenere alta l’attenzione del lettore) finiscono per essere giustificate con un generico richiamo all’irrazionale oppure dimenticate. Il tutto culmina con questa frase finale secondo cui gli scrittori “vedono cose che gli altri non riescono a vedere”. Una chiusura che suona più come un modo per evitare le spiegazioni che come una vera soluzione narrativa. A me pare più onesto dire che “i lettori vedono anche fin troppo bene ciò che gli scrittori fingono di non vedere”.
Il problema principale, secondo me, è proprio questo, Carrisi continua a costruire trame piene di indizi e misteri, ma sembra avere sempre più difficoltà a chiuderle in modo convincente. Così il lettore resta con una sensazione di vuoto, delusione e anche un po’ di rabbia, tante promesse narrative, pochissime risposte.
A questo si aggiungono alcune scelte stilistiche discutibili, come sempre.
Il romanzo conta circa quattrocento pagine, ma è scritto con un carattere enorme, interlinea molto ampia e una struttura estremamente frammentata fatta di frasi brevissime, paragrafi ridotti all’osso. Il risultato è che la lettura scorre velocissima, ma dà anche l’impressione di un libro molto più corto di quanto sembri. Diciamocelo sinceramente: impegnato in modo classico non arriverebbe 200 pagine.
Carrisi utilizza poi i soliti meccanismi per tenere il lettore agganciato: capitoli che finiscono con domande, indizi lasciati in sospeso, rivelazioni rimandate continuamente. Funzionano, perché il libro si legge in pochissimo tempo, ma alla fine ci si accorge che molti di quegli elementi non portano davvero da nessuna parte. Un gioco di prestigio in cui però il pubblico allenato ormai ha smascherato il mago e inizia ad annoiarsi.
C’è poi un altro aspetto che mi ha lasciato perplessa e cioè che negli ultimi romanzi Carrisi sceglie spesso protagoniste donne fragili, sedate da farmaci, ansiose o instabili. Anche qui accade la stessa cosa, e il risultato è un personaggio che fatica a reggere il peso della storia, forse che può accettare ciò che noi lettori non vogliamo più ingoiare come spiegazione a finali problematici, il dubbio, il non detto, l’omesso.
Ma la cosa che più sorprende è l’assenza totale di tensione, paradossalmente, manca proprio l’elemento che Carrisi ha sempre saputo gestire meglio: la suspense, ultimamente invece l’auto suggestione che sfociava nel nulla cosmico. Qui non c’è neanche quella.
Alla fine La bugia dell’orchidea resta un romanzo costruito su un’idea interessante, più o meno, ma svuotato da una narrazione che accumula misteri senza avere il coraggio, o forse la capacità, di risolverli davvero e che, di fatto, ancora una volta NON finisce.
Quando si arriva all’ultima pagina, la sensazione non è quella di aver scoperto una verità nascosta, ma semplicemente di essere rimasti vittime di una grande, enorme, profonda supercazzola.
Donato Carrisi è un autore, sceneggiatore e giornalista italiano. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento. È regista oltre che sceneggiatore di serie televisive e per il cinema. È una firma del Corriere della Sera ed è l’autore dei romanzi bestseller internazionali (tutti pubblicati da Longanesi) Il suggeritore, Il tribunale delle anime, La donna dei fiori di carta, L’ipotesi del male, Il cacciatore del buio, La ragazza nella nebbia – dal quale ha tratto il film omonimo con cui ha vinto il David di Donatello per il miglior regista esordiente –, Il maestro delle ombre, L’uomo del labirinto – da cui ha tratto il film omonimo –, Il gioco del suggeritore, La casa delle voci, Io sono l’abisso, La casa senza ricordi, La casa delle luci, L’educazione delle farfalle, La casa dei silenzi, La bugia dell’orchidea.
Titolo: La bugia dell’orchidea
Autore: Donato Carrisi
Formato: Copertina rigida
Pagine: 397
Editore: Longanesi
