
Lasciami andare, madre di Helga Schneider è un libro piccolo solo nella forma, ma enorme per ciò che riesce a contenere. È come se fosse il naturale prosieguo di Il rogo di Berlino, il libro più conosciuto dell’autrice, in cui l’autrice racconta la propria infanzia in una Germania già soffocata dalla dittatura nazista. Nata nel 1937, Helga cresce in un mondo che crolla presto, infatti il padre viene mandato al fronte, mentre la madre compie una scelta irreversibile, abbandonando lei e il fratellino di appena diciannove mesi per arruolarsi come ausiliaria delle SS, diventando guardiana nel campo di sterminio di Birkenau.
Nel Rogo di Berlino assistiamo alla disfatta della città negli ultimi mesi di guerra e alla solitudine emotiva di una bambina rifiutata dalla matrigna, accettata solo a metà, costretta a vivere tra cantine, fame, paura e precarietà e con l’unico vero appiglio affettivo nel nonno acquisito, unica figura capace di offrirle un senso di protezione. In quegli stessi anni, attraverso i legami della famiglia della matrigna, Helga arriva persino a incontrare Adolf Hitler nel suo bunker, in uno degli ultimi eventi propagandistici del regime, un dettaglio che rende ancora più irreale e disturbante la sua infanzia.
Lasciami andare, madre si colloca molti anni dopo, alla fine degli anni Novanta. Sono passati decenni, e Helga è ormai una scrittrice affermata; dopo un primo tentativo fallito di incontrare la madre nel 1971, un incontro interrotto quando la donna tentò di farle indossare la sua uniforme delle SS, senza mai rinnegare il proprio passato, Helga scopre che la madre è ancora viva, ultra novantenne, in una casa di riposo a Vienna e decide allora di vederla un’ultima volta, accompagnata dalla cugina. Non è chiaro nemmeno a lei cosa stia davvero cercando, forse un congedo definitivo, forse una risposta tardiva, forse la speranza, anche minima, di un pentimento, di una crepa nell’ideologia che ha distrutto la loro relazione prima ancora che potesse esistere.
Il libro è, di fatto, il racconto di quell’incontro, che dura appena un paio d’ore, ma in quelle poche ore si concentra un’intera vita. La madre appare fragile, anziana, a tratti quasi infantile: chiede baci, vuole essere chiamata “mamma”, mostra momenti di smarrimento e debolezza, eppure, quando la memoria si riaccende, torna a essere la donna che è stata, lucida, durissima, convinta. Racconta ciò che accadeva nei campi di concentramento senza esitazioni, giustifica lo sterminio degli ebrei come una necessità ideologica, si assolve dietro la formula dell’obbedienza agli ordini e continua, fino alla fine, a difendere il nazismo come unica ragione della propria esistenza, ed è come se quella fosse stata, per lei, l’unica vera vita possibile.
Helga si trova così sospesa in un limbo emotivo devastante, da una parte c’è il legame di sangue, che le impedisce di odiare completamente quella donna, dall’altra c’è la consapevolezza di trovarsi di fronte a un mostro, a una persona responsabile di atrocità indicibili. Prova pietà per questa vecchia fragile, sola, che ha perso il marito, che non ha visto crescere i figli, che non ha mai conosciuto un’esistenza diversa da quella imposta dall’ideologia, ma allo stesso tempo continua a fare domande, quasi a cercare appigli per legittimare l’odio, o almeno per capire fino in fondo, e non riesce ad arretrare, nonostante il dolore, nonostante il disgusto, nonostante la rabbia.
Nel libro, al dialogo con la madre si intrecciano brevi ritorni al passato, approfondimenti che contestualizzano e amplificano ciò che viene detto, ed è proprio questa alternanza a rendere il testo così potente poiché non è solo il racconto di un incontro privato, ma una testimonianza diretta dell’orrore, filtrata attraverso la voce di chi non ha mai chiesto perdono. Oggi, quando i testimoni diretti stanno scomparendo, questa brutalità senza redenzione diventa ancora più preziosa e disturbante.
Ciò che colpisce davvero è l’impatto emotivo, infatti è impossibile non provare a immedesimarsi in Helga Schneider, pur sapendo che comprendere davvero un conflitto simile è forse irraggiungibile. Questo libro mostra quanto un legame di sangue possa imprimere un segno profondo anche quando l’amore non è mai esistito e mostra come si possa provare empatia per una persona fragile e, nello stesso istante, essere schiacciati dal peso delle sue colpe. E pone una domanda scomoda: fino a che punto è possibile separare l’essere umano dal male che ha incarnato?
Il finale resta sospeso, infatti non sappiamo se Helga tornerà mai a trovare sua madre. Forse non importa. Lasciami andare, madre non cerca una chiusura, perché alcune ferite non si chiudono, è un libro che testimonia l’orrore dei campi di sterminio, ma è anche un monito più ampio e ci ricorda che la Storia non è solo fatta di gerarchi e carnefici, ma anche di figli che cercano di espiare colpe che non sono le loro, e di nazioni che devono fare i conti con un passato che non può essere cancellato.
Titolo: Lasciami andare, madre
Autore: Helga Schneider
Formato: Copertina flessibile
Pagine: 130
Editore: Adelphi
