
Le vedove di Malabar Hill primo volume della serie Le inchieste di Peervin Mistry, è un romanzo che si presenta come un giallo, che utilizza in realtà l’indagine più come cornice che come vero motore narrativo, infatti è, a tutti gli effetti, un romanzo di narrativa storica e sociale “vestito” da giallo.
La storia è ambientata nella Bombay degli anni Venti, oggi Mumbai, e ruota attorno a tre giovani vedove parsi che vivono recluse nella loro casa a Malabar Hill quindi in isolamento per tradizione e impossibilitate ad avere contatti con uomini estranei. Qui le tre donne si trovano a dover gestire una delicata questione ereditaria affidandosi proprio a Peervin Mistry, la prima avvocata di Bombay, una figura unica e rivoluzionaria per l’epoca, nonché l’unica persona che può accedere alla casa delle vedove senza infrangere le regole sociali e religiose che le governano.
Quella che inizialmente sembra una semplice consulenza legale si complica rapidamente quando, all’interno della casa, avviene un omicidio e quando i sospetti ricadono inevitabilmente sulle tre vedove e su chiunque abbia frequentato l’abitazione. Ecco quindi che l’indagine c’è, funziona, ed è ben costruita, ma non è sempre il centro del romanzo perché, potremmo dire, il vero cuore del libro è altrove.
Attraverso una narrazione che alterna il presente dell’indagine a continui salti temporali infatti, Sujata Massey costruisce lentamente la storia personale di Peervin con il suo passato, le difficoltà affrontate come donna in un mondo dominato dagli uomini, il percorso travagliato e sofferente che l’ha portata a studiare a Oxford e a tornare in India determinata a ritagliarsi uno spazio professionale che, semplicemente, non era previsto per lei.
La parte narrativa è senza dubbio l’elemento più riuscito del romanzo, infatti la lettura diventa un vero e proprio viaggio nell’India dell’epoca attraverso tradizioni, struttura sociale, condizione femminile, cucina, architetture, vita quotidiana e tutto è raccontato con grande attenzione e naturalezza, senza mai risultare didascalico.
Anche la storia personale di Peervin è profondamente coinvolgente, al punto che finisce per interessare più dell’indagine stessa. Il giallo, pur presente, resta quasi marginale e questo è un valore aggiunto, ma diventa quasi non una necessità. Il romanzo funzionerebbe perfettamente anche senza l’elemento investigativo, tanto è solida e affascinante la costruzione narrativa.
Le vedove di Malabar Hill è quindi un primo capitolo riuscito, che introduce una protagonista capace di lasciare il segno e di creare immediata empatia nel lettore ma è anche un primo capitolo pensato chiaramente per farci affezionare a Peervin e accompagnarci in un’ambientazione insolita e poco frequentata dalla narrativa occidentale, rendendo l’esperienza di lettura originale e sorprendente.
Sujata Massey, nasce in Inghilterra da madre tedesca e padre indiano. Cresce negli Stati Uniti dove studia scrittura alla John Hopkins University e diventa reporter per il Baltimore Evening Sun. Nel 1997 esce il The Salaryman’s Wife, il suo primo romanzo mistery. Tra gli altri ricordiamo Lo zen e l’arte dell’omicidio (Mondadori, 2005) e Fiori neri (Mondadori, 2006). Nel 2014 esce L’amante di calcutta (Neri Pozza). Nel 2018 pubblica Le vedove di Malabar Hill (Neri Pozza), primo libro sulle inchieste di Perveen Mistry, la prima donna avvocato nell’India degli anni Venti. Il secondo libro viene pubblicato nel 2019 sempre da Neri Pozza col titolo: La pietra lunare di Satapur.
Titolo: Le vedove di Malabar Hill
Autore: Sujata Massey
Formato: Copertina flessibile
Pagine: 446
Editore: Neri Pozza
