
La copertina di Maya, libro di Matteo Della Rovere pubblicato da Castelvecchi editore è molto evocativa, in qualche modo sembra, dai colori alla profondità dello sguardo che offre nascondendo l’orizzonte, indicarci subito cosa troveremo tra queste pagine. Ma andiamo con ordine…
La storia si apre con un uomo che parte, non per desiderio di scoperta ma per incapacità di restare, dettaglio che sembra minimo ma che contiene già tutto il senso del libro, infatti non siamo di fronte a un percorso di avventura, bensì a una fuga. Fuga che tocca Roma e Istanbul, passando per Kabul fino ad arrivare in India, dove il protagonista attraversa luoghi fisici che diventano progressivamente spazi interiori in un itinerario che ha il sapore di una discesa più che di una scoperta.
Il racconto prende forma come in una sorta di diario che viene rievocato quarantacinque anni dopo i fatti, in cui il tempo non procede in modo lineare ma si aggroviglia tra memoria, ossessione e perdita facendo slittare continuamente presente e passato, permettendo alle parole di costruire quella che è la struttura del romanzo, dove ogni tappa geografica coincide con un frammento emotivo, spesso doloroso. Al centro di tutto, quasi come un punto di gravità simbolico, c’è Maya, una figura che non è solo persona, ma anche idea, ossessione, promessa e abisso.
L’ambientazione è sporca, materica, fatta di polvere, caldo, odori e corpi stanchi, e contribuisce a creare un senso costante di smarrimento dove manca approdo sia geografico che emotivo, ponendo quindi il focus del romanzo non su ciò che accade, ma su ciò che si consuma dentro il protagonista attraverso la fragilità maschile, la difficoltà del contatto, il desiderio che si intreccia alla vergogna, e soprattutto una ricerca di senso che sembra destinata a restare incompiuta.
Quello che colpisce, entrando nella seconda dimensione del libro, quella più propriamente stilistica, è la scelta di una scrittura che potremmo definire visionaria ma allo stesso tempo estremamente controllata, infatti Matteo Della Rovere utilizza una lingua precisa, che si apre spesso a immagini dense, evocative, a tratti disturbanti che chiede attenzione rallentando il ritmo e costringendo il lettore a restare all’interno delle sensazioni.
In senso positivo potremmo dire che Maya non è un libro accomodante perché non offre una trama tradizionale costruendo tensione nel senso classico, ma offre quella che potremmo definire un’esperienza frammentata che si unisce proprio alla scelta di raccontare a distanza di decenni che va ad aggiunge una patina di ambiguità, filtrata da quella che è la memoria, che spesso inevitabilmente tende a deformare.
Se c’è un elemento davvero riuscito credo sia la coerenza tra forma e contenuto, perché la scrittura riflette perfettamente il disorientamento del protagonista, creando una narrazione che non vuole rassicurare ma restituire una sensazione, e questo è un grande plus per chi ama storie capaci di rimanere avvinghiate alla nostra parte più emotiva, una lettura che richiede disponibilità ad accettare l’indeterminatezza permettendo di attraversare qualcosa e non aver letto semplicemente letto una storia.
Matteo Della Rovere si è diplomato in Musica corale al Conservatorio di Napoli e ha studiato Ingegneria alla Sapienza Università di Roma. Vive negli Stati Uniti, dove si dedica a tempo pieno alla scrittura. I suoi lavori indagano l’umano in bilico tra sogno e realtà. Per Castelvecchi ha pubblicato Incertezze (2011).
Titolo: Maya
Autore: Matteo Della Rovere
Formato: Copertina flessibile
Pagine: 171
Editore: Castelvecchi editore
